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Industria lattiero-casearia

EXPORT AGROALIMENTARE ITALIANO:
IL PESO DEGLI USA E LA SPINTA VERSO LA DIVERSIFICAZIONE

L’export resta un pilastro fondamentale per l’agroalimentare italiano, con performance in crescita su molti mercati come Polonia (+112%), Spagna (+74%) e Stati Uniti (+69%). Tuttavia, il dato più critico resta la forte concentrazione geografica delle attività di export: Germania, USA, Francia, Regno Unito e Spagna assorbono circa la metà delle esportazioni totali, esponendo il settore a rischi legati a instabilità geopolitica, fluttuazioni valutarie e barriere commerciali.

In questo scenario, gli Stati Uniti continuano a rappresentare uno sbocco strategico per il Made in Italy. Secondo Nomisma, tra il 2019 e il 2024 gli acquisti di prodotti italiani negli USA sono cresciuti del 66%, posizionando l’Italia come terzo fornitore agroalimentare dopo Canada e Messico. Il mercato americano, caratterizzato da un PIL pro capite tra i più elevati al mondo e una spesa alimentare annua superiore a 4.500 dollari a persona, rimane quindi attrattivo per prodotti di qualità tricolore come formaggi artigianali e specialità regionali.

Tuttavia, nel 2025 si è registrato un rallentamento (-1,1%) delle performance delle esportazioni agroalimentari italiane verso gli Stati Uniti, come conseguenza delle politiche commerciali protezionistiche intraprese da Trump e della svalutazione del dollaro, evidenziando quanto la dipendenza dagli USA possa rendere vulnerabili le aziende italiane. L’andamento altalenante dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti ha visto inizialmente le vendite aumentare, durante i primi mesi dell’anno, spinte dall’accumulo di scorte prima dell’entrata in vigore dei dazi. In seguito, la crescita si è ridotta, dimostrando l’impatto diretto delle barriere commerciali sulla competitività dei prodotti italiani.

Per il comparto dairy, storicamente legato al mercato statunitense, questa dinamica comporta costi aggiuntivi e una riduzione sulla domanda, spingendo alcuni produttori a implementare piani di mitigazione del rischio. La soluzione non è rinunciare agli USA, ma ridurre la loro centralità come unico sbocco privilegiato, integrando la presenza americana in una strategia diversificata, attraverso l’apertura di nuovi scenari e il rafforzamento di canali in mercati con minori barriere commerciali e dinamiche di crescita più favorevoli.

Paesi come Messico, Corea del Sud, Australia, Brasile e Paesi dell’Europa centro-orientale come Polonia e Romania stanno crescendo come importatori di prodotti italiani, che possono fare leva su asset di sviluppo come la presenza di una forte comunità di origine italiana e a una diffusa rete di ristoranti. Il recente riconoscimento della cucina italiana come patrimonio UNESCO rafforza ulteriormente l’appeal dei nostri prodotti all’estero, supportando la narrazione di autenticità e tradizione.

Per realtà come il Caseificio Ignalat, che opera nella fascia premium, la diversificazione dei mercati è già parte della strategia. La gamma di formaggi artigianali — dalla Burrata alla Stracciatella fino ai prodotti stagionati e affumicati — ha già dimostrato di saper dialogare con mercati ad alto potenziale. Come sottolinea Vincenzo Ignazzi, Export Manager: “La diversificazione non è solo una strategia commerciale, ma una leva di resilienza. Gli USA restano importanti, ma è fondamentale sviluppare canali solidi in aree in crescita, dove il dairy italiano è percepito come eccellenza.”

In sintesi, il mercato statunitense mantiene il suo ruolo strategico, ma le aziende dell’agroalimentare Made in Italy devono costruire un export sempre più equilibrato e resiliente. Per il Caseificio Ignalat e l’intero comparto dairy, espandere la propria presenza in nuovi mercati, mantenendo rapporti consolidati con gli USA, rappresenta la via per trasformare l’incertezza in opportunità e costruire una presenza internazionale robusta e duratura.

2 Febbraio 2026

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